Diario di una Social Geek

giovedì 19 febbraio 2015

Notturno [Racconto]


Il bosco è da sempre simbolo di mistero e pericoli. È tra li suoi alberi, infatti, che si nasconde il lupo cattivo di Cappuccetto Rosso o che Hansel e Gretel scoprono la casetta di marzapane abitata dalla vecchina che poi vuole divorarli.
Soltanto con l'astuzia e l'ingegno si può uscirne vivi, proprio come fece Pollicino, seminando sassolini bianchi.
Per Elisabeth il bosco è qualcosa di misterioso; lei ancora non lo sa ma quello dietro casa sua nasconde segreti sconvolgenti...

Buona lettura!


Cap. 1

Mi ricordo che a volte da bambina quando la sera mi soffermavo a guardare il bosco dal portico della mia grande casa bianca, avevo una strana impressione.
Il vento fresco che accarezzava le fronde dei pini e degli abeti nelle sere primaverili ed estive sembrava avere qualcosa di ermetico e misterioso.
Sembrava portare con sé il ricordo di eventi lontani vissuti chissà quando e chissà da chi. Così lontani da me eppure così vicini.

Nelle sere come quelle il bosco fitto e buio illuminato appena dalla luce della luna e delle stelle suscitava in me attrazione e timore allo stesso tempo.
Accadeva quando la stessa brezza che scuoteva le cime di quegli alberi secolari giungeva fino al portico per accarezzarmi il viso. Sotto il suo tocco, i miei capelli si sollevavano un po' come per lasciar spazio a dita invisibili.
Allora, sentivo un brivido percorrermi la schiena e avevo la chiarissima sensazione che in quei momenti fosse il bosco a osservare me.  Crescendo, poi, è semplicemente diventato il bosco vicino casa mia. Un posto in cui è meglio non avventurarsi.

Ho sempre saputo di appartenere a quel posto e quando a 19 anni lo lasciai per andare a studiare in città ero ben cosciente che in qualche modo il destino mi avrebbe riportata lì prima o poi.
Nei primi tempi andavo spesso a trovare i miei genitori. Erano giornate spensierate e felici, quelle, perché mi facevano tornare in mente i lieti momenti della mia infanzia trascorsa lassù, tra quelle montagne.

Al termine gli studi gli impegni di lavoro non mi hanno più permesso di allontanarmi per molto tempo da quella che ormai è diventata la mia nuova casa: la città in cui tutti, o quasi, sognano di vivere.
Ricordo, però, che più il tempo passava e più il legame con quel luogo tranquillo e solitario si rafforzava: non mi dispiaceva l'idea di poter tornare a vivere stabilmente lì prima o poi; di far crescere in quella casa anche quei figli che ancora non ho.
Non ricordo più quante volte ho sognato di tornare nella mia grande e splendida casa bianca al limitare di quel fitto bosco.
Ho sognato spesso anche i miei genitori; la loro vita tranquilla e felice e l'amore che li ha sempre uniti.
“Ti mancano, Elisabeth”, era questa la spiegazione che mi davo quando, forte del mio bagaglio di studi e della mia esperienza come psicoterapeuta, cercavo di interpretarli. Ed effettivamente era così: mi mancavano molto.

Qualcosa, però, qualche tempo dopo è cominciato a cambiare.
Notte dopo notte non erano più la mia casa o i miei genitori i protagonisti dei miei sogni. Lo era il bosco.
Sognavo i suoi pini e abeti sempre più spesso: li vedevo immersi nella neve in inverno, popolati dagli uccelli in primavera, circondati da erba e fiori in estate e dalle foglie secche cadute dalle querce in autunno.
Nelle notti più spaventose mi ritrovavo a percorrere da sola e impaurita il sentiero che portava al fiume lo stesso che qualche volta da bambina avevo fatto insieme a mia madre.

Ormai non conto più le volte che quegli incubi mi hanno svegliata nel cuore della notte lasciandomi per brevi istanti la sensazione di avere nelle narici proprio il profumo di quegli alberi, portato fin lì dal vento.
Allora, il ricordo di quelle sere trascorse a osservare il bosco dal portico di casa mia da bambina rafforzava ancora di più in me la certezza che lì qualcosa ancora mi aspettava. Qualcosa di antico che sembrava aver stretto un patto con il mio destino.

Poi una notte come tante la sognai: era proprio lì, al limitare del bosco, dove l'avevo vista più o meno trent'anni prima.
Pensavo di averla dimenticata ma evidentemente una parte di me ne aveva conservato il ricordo. Sognai Maddy, il suo sorriso e i suoi capelli biondi sciolti mossi dal vento.
Ora ricordo distintamente i suoi occhi azzurro intenso fissarmi a poca distanza. Come lei, anch'io ero una bambina quando la incontrai; forse un po' più piccola.
Nonostante ciò, ripensandoci, tutto potrei dire di Maddy tranne che fosse fragile e indifesa. Fu lei stessa a dimostrarmelo proprio quel giorno, l'unico in cui la incontrai. Improvvisamente qualcosa la spaventò e, correndo, s'inoltrò nel fitto del bosco da dove era venuta violando tutte le regole che a me, invece, erano state imposte. Non la vidi mai più.

Quando la sognai, Maddy non è scappata via e non mi ha regalato sorrisi. Era ancora una bambina ma, nel sogno si è avvicinata a me e mi ha parlato con voce di donna.
“È il momento di tornare a casa Elisabeth”, mi ha detto calma prima di incamminarsi verso la mia casa.
Nel sogno, questa volta, ero io ad avere il bosco alle spalle.
Passo dopo passo, ha continuato a ripetermi le stesse parole e la cosa più strana è che man mano che si è allontanata la sua voce è diventata sempre più forte.
“Torna a casa. Torna a casa Elisabeth!”, le sue ultime parole, pronunciate con un tono che ha perso la dolcezza che avevano all'inizio, non erano più un invito; erano qualcosa di profondamente diverso e inquietante.

Fu proprio quella notte che ricevetti la notizia: i miei genitori erano morti senza un'apparente spiegazione.
Fu la Polizia ad avvertirmi: le indagini erano ancora in corso ma erano più che sicuri che si trattasse di un omicidio-suicidio.
“Impossibile” dissi loro singhiozzando al telefono.
“Impossibile”, mi sono sempre ripetuta.

Ora che sono qui, sotto il portico della mia casa nel giorno del loro funerale ne sono sempre più convinta.
È notte. Ho in mano una delle nostre foto e la guardo alla fioca luce della lampadina del portico. È quella che amo di più perché è stata scattata in un giorno particolarmente felice della mia vita. Ritrae me da bambina e i miei genitori porprio lì, sul nostro portico. Sullo sfondo, il bosco.
Guardo i loro volti sereni mentre ripenso a quanto accaduto negli ultimi giorni.
“È impossibile”, mi ripeto mentre sento scendere di nuovo le lacrime.
“Impossibile”.

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© Valentina Coppola - Tutti i diritti riservati.