Diario di una Social Geek

sabato 13 giugno 2015

Quando apro Facebook - Umberto Eco e lo scemo del villaggio


Scemo del villaggio: persona che per le sue menomazioni fisiche o psichiche, o per il suo comportamento, ritenuto anomalo, subisce la derisione e le beffe di una comunità; fig. persona sciocca o poco intelligente, che si fa facilmente ingannare.
(dizionari.repubblica.it)

Ve lo devo dire: le parole di Umberto Eco mi hanno fatto venire l'orticaria, non ci posso fare nulla. Appena ho avuto modo di approfondire meglio la sua dichiarazione leggendo la notizia riportata dall'Ansa oltre alla rabbia mi è salito anche lo sdegno: sentire quelle parole venir fuori dalla bocca di un grande scrittore del nostro tempo, da uomo di cultura del suo calibro, dallo stesso uomo che ha scritto romanzi apprezzati anche al di là delle Alpi, mi ha scioccata non poco.

Partendo dal presupposto che ogni scrittore del calibro di Umberto Eco sappia come rivolgersi a chi ascolta perché altrimenti non avrebbe venduto nemmeno un libro, mi ha sconvolta leggere la sua dichiarazione; una dichiarazione avvenuta in un luogo e in un momento, tra l'altro, molto particolare: la cerimonia ufficiale della sua laurea honoris causa in "Comunicazione e Cultura dei media" che si è tenuta nell'Aula Magna della Cavallerizza Reale a Torino.


Avrei potuto passare sopra alla questione degli imbecilli, immagino, ma quando ha parlato dello scemo del villaggio mi sono sentita davvero triste:
"La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità."
Sarà stato perché i primi 23 anni della mia vita li ho passati in un paesino composto da circa 1200 abitanti dove fino a 15 anni fa internet era una promessa; una promessa perché quando contattavi i gestori telefonici per sapere se mettevano a disposizione il servizio puntualmente ti veniva risposta una cosa del genere: "Mi dispiace Signora ma quella zona, per via della sua geografia, rende difficile il passaggio dei cavi. Per il momento, non mettiamo a disposizione il servizio".

Nel mio paesino i social media sono arrivati veramente da poco: i giovanissimi, i cosiddetti nativi digitali, sono stati chiaramente avvantaggiati ma quelli delle generazioni precedenti probabilmente guardano il web con interesse e diffidenza allo stesso tempo.

Facebook, tra i social media, è quello che viene maggiormente utilizzato.

Facebook anche è una promessa. Lo è perché ti promette di rientrare in contatto con persone, parenti e amici, che per via della distanza non puoi frequentare quanto vorresti. E in un paesino come il mio c'è davvero un gran bisogno di promesse del genere.

Spesso quella di Facebook resta una promessa e te ne rendi conto solo con il tempo perché alla fine la distanza la senti comunque: hai soltanto la percezione di essere vicino ai tuoi cari e agli amici del paesino, però, questo a volte può essere sufficiente a farti stare un po' meglio.

Mi tornano in mente le bellissime parole di una frase che lo scrittore J.S. Foer ha inserito nel suo romanzo Ogni cosa è illuminata:

"Ho riflettuto molto sulla nostra rigida ricerca, mi ha dimostrato come ogni cosa sia illuminata dalla luce del passato… dall'interno guarda l'esterno, come dici tu alla rovescia… in questo modo io sarò sempre lungo il fianco della tua vita e tu sarai sempre lungo il fianco della mia vita."
Quanto sono vere...

Dalla comunità locale alla comunità virtuale il passaggio è stato abbastanza breve (e qui è la promessa del villaggio globale di Marshall McLuhan ad essere stata mantenuta): gli abitanti del mio paesino, anche quelli che non sono nati con lo smartphone in mano, grazie al web hanno avuto la possibilità di conoscersi forse un po' meglio. Si sono riuniti in diverse comunità su Facebook e hanno scoperto (e forse apprezzato, non lo so) un nuovo modo di relazionarsi l'uno con l'altro. Condividono messaggi, frasi anche in dialetto che ogni giorno mi fanno sentire un po' più vicina a casa mia. A tal proposito vi invito a scoprire la pagina Hashtag Ciociaro: quando mi sento triste vado lì e il mio umore migliora nell'arco di qualche secondo :)

Così quando apro Facebook tutti i giorni mi trovo davanti, nel newsreel, pezzi di quotidianità che non avrei potuto avere se la prima promessa, quella di internet, non fosse stata mantenuta. E penso anche che se non fosse stata mantenuta, le mie giornate oggi sarebbero, forse, un po' più malinconiche.

C'è mia cugina incinta che condivide i risultati del test "Come si chiamerà tua figlia"; mia mamma che si preoccupa a distanza anche per lei quando, basta che prende la macchina, in 5 minuti può andare a trovarla. C'è mio padre che, quando capita, commenta un po' di tutto; il compagno delle scuole medie che condivide citazioni; il cugino scozzese che pubblica le foto dei suoi due nipoti. Ci sono anche i post di un sacco di gente non conosco ma che amo seguire e che se non ci fossero stati i social media non avrei mai conosciuto; ci sono gli amici di #Adotta1Blogger; le compagne di scuola; le amiche lontane...

Certo, talvolta ciò che viene condiviso su Facebook non è proprio illuminante o intelligente ma 'sti cazzi: è sempre materia prima di ottima qualità per chi la sa apprezzare.

Siamo gente verace in fondo; come le vongole, quelle più buone. Siamo gente che, quando gli va, passa al baretto per farsi un bicchiere di vino prima di rientrare a casa (forse anche due); gente che quando è il momento di sparare "minchiate" che il luogo sia reale o virtuale non è fondamentale. Che poi queste minchiate possano essere elevate a verità è tutto un altro conto ma a quel punto la questione non è più il messaggio ma l'uso che ne viene fatto: se una di queste minchiate passa al TG delle 20.00 e "fa notizia" beh lasciatemelo dire, forse il problema sta da qualche altra parte.

Forse a volte ci comportiamo come scemi del villaggio perché ci facciamo ingannare più o meno facilmente e probabilmente talvolta siamo anche un po' imbecilli perché parliamo a sproposito ma tutto ciò fa parte, a mio avviso, del nostro essere umani.

In fin dei conti, con tutto il rispetto, forse è un po' imbecille anche Umberto Eco visto che ha parlato in pubblico senza garbo in modo da irritare. Treccani.it l'imbecille lo definisce così, no?

Ah sì, se ve lo state chiedendo, sono imbecille pure io e ne sono cosciente ;)